Le quattro domande del malato (non) immaginario

di Francesco (Ciccio) Modena

Nella mattina di un normalissimo giovedì di fine ottobre, aprendo gli occhi mi resi subito conto che qualcosa non andava: mal di testa, spossatezza e mal di ossa.

Così mi alzai, presi il termometro e lo misi sotto l’ascella. Non passò molto tempo prima che arrivasse il responso e mi rendessi conto di aver vinto la scommessa fatta con me stesso durante l’agognata attesa: avevo 38 di febbre. E tanta paura.

Ma non per il covid. Di lui non avevo paura. Avevo paura di mia mamma.

Secondo voi perché la gente al Sud si ammala di meno? Perché ha paura delle proprie madri! Una volta appresa la notizia agiscono in questo ordine (almeno la mia):

  1. mostrano la loro apparente superiorità in campo medico declamando la legge del “prevenire è meglio che curare” e ti ricordano di quando, 4 mesi prima, on avevi messo la sciarpa, rigorosamente ricamata a mano dalla nonna, ed eri quindi uscito prendendo freddo
  2. iniziano a scatenarti i sensi di colpa più profondi ripetendoti più e più volte frasi tipo “te la sei cercata” o “adesso te la tieni tu io non ne voglio sapere niente”
  3. nella fase 3 cambiano personalità: anche nel caso di una semplice febbre iniziano a fare ricerche online e telefonate a tutte le persone con una minima esperienza in campo medico per trovare rassicurazioni ed essere certe che non si tratti di malattie improbabili
  4. abbandonano qualsiasi attività dedicandosi solo a te ed esaudendo ogni tua richiesta (la mia fase preferita).

Quel giovedì però le cose sono andate un po’ diversamente. Non ero solo io ad avere la febbre, ma anche mia mamma. E pure mio papà. Decidono così di farsi il tampone.

Il risultato qualche giorno dopo è arrivato e, come un po’ ci aspettavamo tutti, l’esito era positivo: il covid era entrato in casa mia.

Vivendo in un paesino che questo virus lo aveva visto solo in TV, non sapevamo come comportarci.

Decidiamo di scrivere un post su Facebook nel quale annunciavamo la nostra positività. Una volta cliccato su “Pubblica”, ci sediamo a tavola, ignari di quello che sarebbe successo: in meno di 30 minuti la notizia aveva fatto il giro del mondo.

Il telefono ha iniziato a squillare: amici e parenti ci hanno chiamato preoccupate e mandato messaggi di solidarietà.

Insomma, con un semplice post abbiamo mosso una intera comunità.

Il virus, preso come lo abbiamo preso io e la mia famiglia è veramente una passeggiata. Certo, leggermente stressante dal punto di vista psicologico, ma sopportabile.

I messaggi delle persone, soprattutto quelli che non ti aspetti, ti migliorano la giornata, pensate quanto basti poco!

Le giornate trascorse così, tra una videochiamata allo zio, una chat con l’amico, una partita alla play e lo studio, sono veramente volate.

La domanda a cui non avremo mai una risposta è: come abbiamo contratto il virus se abbiamo sempre rispettato tutte le regole di igiene e distanziamento? Ma tediarsi su questo singolo interrogativo sarebbe una perdita di tempo: e il tempo è il bene più prezioso che abbiamo. Un valore che con questa quarantena ho imparato a capire davvero e di cui da oggi farò tesoro.

P.S

sto bene, sto aspettando l’esito del terzo tampone

al prossimo racconto…

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