La metamorfosi

Di Laura Lorioli

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8 Marzo. Scrivevo in un disperato sfogo su FB…

Chi mi conosce sa quanto odio i social, ma forse in questi giorni impazziti anche questo aiuta.

Chi mi conosce sa quanto nella mia professione sia razionale ed equilibrata, c’è chi dice “severa ma giusta”, o chi “una pediatra sportiva”… tranquilla e tranquillizzante insomma.

E invece ora… dal 22 febbraio cerco di spiegare a tutti quelli che mi chiedono, come questa situazione sia DRAMMATICA, FUORI DAL COMUNE, OLTRE IL LIMITE. I risultati fino a qualche giorno fa erano derisione anche da parte di amici “non addetti ai lavori”, o, se andava bene, tendenza a minimizzare.

Vi racconto la mia giornata in 3 punti.Mi sveglio dopo qualche ora di sonno, agitato, nervoso, cerco di recuperare un po’ di serenità e vado a lavoro.

Visito un numero infinito di bambini, rispondo ad altrettante telefonate di mamme preoccupate. Cerco di farlo sempre con il sorriso. Anche se, in ospedale (sotto assedio) vedo situazioni che nessun medico, e nessuna persona, dovrebbe mai vedere. Sento da parte dei colleghi in primissima linea (eroi.. eroi veri) cose ancora peggiori.. drammatiche. OLTRE IL LIMITE. Ma è il mio (nostro) lavoro, la mia (nostra) missione, e lo devo fare al meglio, per i pazienti, e con il sorriso.

Arrivo a casa. E dal 22 febbraio, come fanno tanti amici e colleghi, arrivo a casa punto.  Non si esce, non si fanno aperitivi, non si va al cinema. Non perché sono, e siamo pazzi e sociopatici. Ma perché siamo responsabili. E non possiamo e non dobbiamo mettere in pericolo nessuno. Arriva poi il momento più bello della giornata… I miei vicini (santi… anzi.. angeli..) mi allungano un piatto e un sorriso sul pianerottolo.. Sento i miei genitori e mia sorella, che non vedo da un mese, perché non voglio esporli a rischi inutili (se tu stai bene, noi stiamo bene.. mi dicono). E non li vedrò per un bel po’. Da questa notte siamo anche in due zone rosse separate. E sento gli amici, (vicini e lontani) che non vedo, perché non è prudente…..

E con tutto questo affetto, che è la ricarica più bella, cerco di addormentarmi un po’ più serena.

Vi ho raccontato tutto questo, in una situazione OLTRE IL LIMITE, solo per chiedervi, ancora una volta, un po’ di responsabilità, buon senso, un po’ di senso civico. Non uscite. Non mettete in pericolo voi e gli altri.  E’ l’unico modo per prevenire il contagio al nord e all’amato sud.

E solo così, andrà tutto bene, e se non dovesse andare bene, vuol dire che non è ancora finita (Cit).

Lì ci siamo lasciati… 8 marzo 2020.. da lì si riparte. Sì, perché la decisione se farsi travolgere dalla paura, dall’orrore, dalla disperazione (globale e personale), chiudere la porta, di casa e del mondo, oppure recuperare le ultime energie residue una volta entrata in casa per reagire e farlo con il sorriso, e, FINALMENTE, aprire la porta e farsi trascinare in nuove esperienze, sensazioni da vivere su un pianerottolo affacciato sul mondo, è stata incredibilmente semplice.

8 Maggio. C’è chi la chiama resilienza. Io la chiamo fortuna. FORTUNA SFACCIATA. Perché quando tutto attorno a noi si stava disintegrando, quando c’era chi si lamentava delle piccole rinunce della quotidianità, chi proclamava a gran voce (poveri pazzi) di vivere in una “dittatura sanitaria”, e tutto questo inutile rumore di fondo non faceva altro che affossare la voglia di reagire…. un consulente, una manager, e una laureanda fuorisede – per caso a Milano, e un medico (IO…esasperata, esaurita, in prima linea, impazzita, arrabbiata per la sensazione di impotenza devastante, lontana dalla mia famiglia, dagli amici che vedo solo tramite uno schermo), hanno deciso di tirare fuori il meglio. Che il consulente e la moglie manager (i suddetti angeli.. che poi, capirete leggendo, sono molto di più) fossero già la mia salvezza in tempi non sospetti, è sempre stato chiaro… tralascio particolari su furti sventati, riscaldamenti impostati, problemi domestici (miei) risolti, serate a teatro, e chiacchere sempre più piacevoli che ci hanno accompagnato negli ultimi 9 anni..

Ma dall’8 marzo qualcosa è cambiato… il pianerottolo è diventato il momento serale, domenicale irrinunciabile. Potrei dire che loro si prendono cura di me, nel corpo e nell’anima, ma sarebbe riduttivo. Nella fattispecie, direi che mi hanno semplicemente adottato. Stare dietro ai miei monti-smonti-notte e poi giorno e di nuovo notte, non è semplicissimo… Ma loro si ricordano i miei turni incasinati meglio di me. Il drin drin magico segna un passaggio di cene (gustate a rigorosa distanza sociale), pacchi da giù, pacchi dal lago… e pranzi domenicali, che solo nel posto che tu senti CASA puoi vivere e sentire cosi. Questa è cura, è attenzione delicata.

E poi… poi parte un flusso di pensieri da una porta all’altra, un’energia positiva, un entusiasmo travolgente, racconti di esperienze diverse, idee che frullano in testa e che si stanno concretizzando. Ho capito cosa vuol dire appassionarsi ad ambiti prima totalmente sconosciuti (anche addirittura di tipo manageriale di cui io notoriamente non ho mai capito nulla perché non mi sono mai applicata – a sfregio.. e mia mamma ne sa qualcosa), scambiarsi opinioni sul quel libro incredibile che sto leggendo, lottare e sognare insieme per quel progetto che si deve realizzare…. E io che propongo, studio, mi documento (anche se ne capisco poco e ne siamo tutti e quattro ben consapevoli), sorrido, mi diverto… e noi che ridiamo di gusto  beh se mi guardo da fuori, e penso che lo sto facendo veramente… mi sembra incredibile. 

Coraggio e resilienza, si tanto… ma soprattutto FORTUNA SFACCIATA. Perché qualcuno questo coraggio e questa resilienza te li deve pur tirare fuori (diceva un antico). E gli amici della porta accanto, dall’essenza straordinaria, e dall’entusiasmo travolgente, con la loro attenzione delicata li hanno tirati fuori. FORTUNA SFACCIATA appunto. Perché è per tutto questo che ho scacciato l’orrore della quotidiana trincea ospedaliera (e di quel vuoto che a guardarlo ti fa male.. cit).. dai miei occhi. Perché è tutto questo che mi ha ridato, e mi ridà il sorriso. Perché ho aperto la porta. E ogni sera corro a casa e sorrido, perché non vedo l’ora di avere le novità di quello che avevamo lasciato in sospeso la sera prima.

Mi rendo conto che il mio racconto è molto unidirezionale. E sapete perché? Perché il pianerottolo (nel senso personale del termine) ha dato molto più a me di quanto penso di avere dato.

Perché più che un pianerottolo, è una famiglia allargata, di quelle che si uniscono ancora di più quando si affrontano le difficoltà… e non riesco a descrivere l’emozione a pensarci. GRAZIE.

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